"Come ho avuto modo di anticipare già durante la discussione di una mozione dell'opposizione sulla crisi del comparto - spiega l'assessore - attualmente non si configurano rischi di alcun genere sulla commercializzazione di latte fresco, in quanto le difficoltà logistiche e l'ottima organizzazione dei produttori isolani fanno sì che il mercato interno sia praticamente inaccessibile. Diverso è il caso del cosiddetto "alto pastorizzato", una via di mezzo tra il fresco e l'Uht che, però, non è soggetto alla normativa nazionale sul fresco. Allo stato, quindi, non si configura alcun caso di prodotto spacciato per sardo in tale comparto e non risultano violazioni in merito alla tracciabilità dei prodotti".
In Sardegna nel 2009, è scritto nella risposta dell'assessore all'interrogazione, sugli oltre 550 milioni di litri di latte prodotti nell'Isola (di cui oltre 200 milioni di vaccino e 350 milioni di latte ovicaprino) sono stati importati 8.820.348 litri così suddivisi: 2.720.904 litri di latte UHT confezionato di vacca, 824.568 litri di latte crudo di vacca, 167.642 litri di latte pastorizzato vaccino, 5.107.142 litri di latte termizzato ovi-caprino. Tutto il latte arriva da stabilimenti certificati secondo la normativa comunitaria che prevede, in osservanza del cosiddetto "pacchetto igiene", un visto in partenza e in arrivo da parte dei Servizi Veterinari.
Il fenomeno del latte importato, che vale circa l'1,6%, è da motivare prevalentemente alla necessità di lavorare latte fresco destagionalizzato. Nel caso del latte caprino, invece, è dovuto, al deficit tra domanda e offerta. Nell'ultimo decennio, infatti, vi è stata una vera e propria riscoperta di questo prodotto, emarginato in passato dalla monocultura dell'ovino, tanto che oggi la Sardegna non è più in grado di soddisfare il fabbisogno dell'industria casearia regionale. Attualmente le statistiche Istat indicano in circa 50 milioni di litri la produzione annua, di cui oltre il 70% resta indifferenziato da quello ovino e solo il 30% viene trasformato in quanto tale da più di 150 trasformatori privati e cooperatori, grandi e piccoli.
Nella scorsa legislatura - conclude l'assessore - sia produttori che trasformatori hanno esortato la Giunta regionale a finanziare l'acquisto di capi caprini, a valere sulla legge regionale 21/2000, per procedere a soddisfare il fabbisogno. La misura avrebbe avuto il doppio vantaggio di attuare una riconversione dall'ovino e di velocizzare il processo grazie ad un contributo pubblico pari al 50% della spesa sostenuta. Il precedente esecutivo ha preferito investire invece in altre direzioni: il risultato è stata una forte contrapposizione tra chi allora produceva e trasformava e il governo regionale. Attualmente tale misura non è più finanziabile a causa del nuovo regolamento comunitario che dal 2007 disciplina gli aiuti di Stato". (chartabianca, 18:15)