È Giuliano Anselmi, presidente Ansa, a tirare fuori la patata bollente all'inizio dei lavori: la crisi esiste, nessuno lo nega, e i numeri parlano chiaro. Oggi esistono tanti scenari comunicativi che si pongono in diretta concorrenza con la stampa classica, nuove tecnologie osteggiate spesso dai giornalisti che preferirebbero la sicurezza del mantenimento di uno status quo strutturale e organizzativo ormai antiquato, e utilizzate invece in maniera inadeguata da molti editori che, pur essendo interessati a Internet e le sue potenzialità, non riescono ad individuare il modo più corretto di approfittarne. Per uscire da questa crisi, secondo Anselmi, è necessario lavorare sulla qualità dell'informazione stampata, qualità che è correlata necessariamente alla credibilità (perduta) da parte dell'Opinione Pubblica, un prezzo pagato alla relazione spesso malsana che questo mondo ha intrecciato con quello dei cosiddetti "poteri forti", spesso politici.
Che la stampa non sia un morto che cammina è anche l'opinione di Franco Siddi, segretario generale della FNSI, che rende protagonista delle sue riflessioni l'auspicio di un intervento statale volto a salvare la stampa dal buco nero che sembra minacciarla. Un intervento rischioso, soprattutto in un sistema come quello italiano, in cui il rischio è che invece di aumentare il pluralismo per agire concretamente sulle credibilità percepita, si potrebbe al contrario restringerlo ulteriormente. Intervento, quello pubblico, che non deve essere una tantum, a macchie, come sottolinea Carlo Malinconico (Presidente FIEG) bensì una strutturata azione di welfare coordinata lontana dai comportamenti che invece oggi hanno caratterizzato le azioni governative nei riguardi dell'editoria. È il caso della legge sulle intercettazioni ("eclude la possibilità da parte dei cronisti giudiziari di dare informazioni corrette sui processi" puntualizza Siddi) o delle norme in tema di product placement e pubblicità, norme che secondo Malinconico penalizzano il settore cartaceo a cui tolgono importanti risorse. Conclusioni e speranza vanno a braccetto: il mondo del giornalismo cambia e i giornalisti stessi non sono più gli stessi. Andrea Camporese, Presidente INPGI, sottolinea come l'aumento dei professionisti vada a coprire settori diversi da quello classico, come il giornalismo istituzionale o via web. In questo mondo in continuo divenire, è l'opinione che da Perugia emerge, è necessario ripensare al settore declinandolo in un'ottica flessibile ma soprattutto autorevole. Ridisegnare le dinamiche organizzative dell'editoria, con l'aiuto di uno Stato realmente interessato a farne un comparto in crescita e non solo padre/padrone che guarda all'informazione come modo per influenzare l'Opinione Pubblica. (chartabianca 09:39)