Dopo il primo grado di giudizio per l'omicidio di Meredith Kercher, avvenuto il primo novembre 2007 mentre la studentessa inglese era in Erasmus a Perugia, sono stati condannati tre giovani di diversa nazionalità: l'ivoriano Rudy Guede, l'italiano Raffaele Sollecito e una studentessa di Seattle, Amanda Knox. È su di lei che i media si sono concentrati con particolare intensità, schierandosi tra innocentisti -stampa statunitense- e colpevolisti -stampa inglese-, scavando nella sua vita privata con una sollecitudine molto più prossima al gossip che al diritto d'informazione, e costruendo un "personaggio", vittima o carnefice a seconda del punto di vista.
All'inizio dell'incontro Massimo Mapelli ha mostrato un estratto del suo documentario curato per La7: un racconto che delinea chi erano le due studentesse, al di là del silenzio dei media sulla vita di Meredith Kercher e degli stereotipi creati su Amanda Knox. Da questo punto di partenza, le due giornaliste americane sono state invitate a esprimere le loro valutazioni su diversi temi. Si è discusso delle ricadute politiche del caso, che ha visto la Senatrice democratica Mary Cantwell esprimere dubbi sull'efficienza del sistema giudiziario italiano; del processo che si è sviluppato sul web, parallelamente a quanto avveniva nella aule dei tribunali, con la pubblicazione online di documenti processuali particolarmente delicati; della sottile sfumatura razzista con cui è stato rappresentato dai media Rudy Guede; di come sia necessario distinguere tra i giornalisti che hanno seguito direttamente il processo e coloro che invece ne hanno scritto da lontano, facendo ricorso a fonti indirette.
Quello che è emerso con più insistenza nel corso della discussione è un problema generale inerente alla deontologia del lavoro giornalistico: come i professionisti dell'informazione possano fare un uso corretto delle fonti e presentare un'analisi accurata dei fatti, nonostante i tempi sempre più stretti richiesti richiesti dal mondo dell'informazione. (chartabianca 17:12)