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Lunedì 19 novembre 2018 - 04:16

Giornalismo: il naufragio dei media italiani, il salvagente che viene dagli Usa (per chi si vuol salvare)

new york times
(CHARTABIANCA) - Cagliari, 17 ago 2017 - “Guarda sempre l’America” diceva tanti anni fa lo zio del direttore di Chartabianca al direttore di Chartabianca. E noi del notiziario politico-economico Chartabianca, l’America, non solo l’abbiamo guardata ma l’abbiamo anche applicata. L’abbiamo fatto in Italia, dove i cambiamenti sono facili almeno quanto incontrare un gatto verde. Anzi, l’abbiamo applicata in Sardegna dove le difficoltà di mettere in piedi un’attività giornalistica sono facili almeno quanto incontrare tre gatti verdi, di cui almeno uno di madrelingua tartara. I motivi? Ci sono decine e decine di analisi che li raccontano, ora (anzi già da un pezzo) è il tempo dell’azione. Sarebbe come se un naufrago discutesse col vicino di sventura sul fatto che si trovano dispersi in mezzo al mare perché il vento ha girato all’improvviso, perché si sapeva che ci sarebbe stata la tempesta ma nessuno li ha avvisati, perché la nave non avrebbe dovuto lasciare il porto, perché trent’anni fa nello stesso periodo il mare era in generale molto più calmo, eccetera. L’unica cosa che conta è fare. Il tempo è prezioso così come lo sono le energie da non sprecare in troppi discorsi sui perché e sui percome. E, arrivati a questo punto, le analisi è meglio riprenderle dopo che ci si è salvati. Questo per evitare che certi discorsi siano utili soltanto a lenire l’anima mentre dalle onde schiumose ascende dolcemente al cielo. Almeno per chi lo ha meritato. Dunque meglio farli dopo, quando i due naufraghi sorrideranno di fronte a un punch caldo e racconteranno con una punta di orgoglio cosa hanno dovuto FARE per riuscire a salvarsi.

NAUFRAGHI E NAUFRAGI. A proposito di naufraghi e naufragi del giornalismo italiano, ieri Left ha pubblicato una bella ma soprattutto utile intervista a Mark Thompson, amministratore delegato del New York Times. Al netto di tutte le debolezze più o meno umane (invidia, reticenza nel riconoscere le capacità altrui, incapacità pura e semplice, sindrome da “scoperta dell’acqua calda”, “sì ci avevamo già pensato ma in Italia non è attuabile”, “bene ma il nostro mercato di riferimento è diverso” e via dicendo) per noi di Chartabianca molte delle parole di Thompson sono l’ennesima conferma che la strada che seguiamo fin dall’inizio del nostro progetto di giornalismo innovativo sia quella migliore. Era l’anno l’anno 2009, nel pieno della crisi, giusto per essere sicuri che le difficoltà fortificano per davvero.
Quelle di Thompson sono parole e azioni che per chi le sa e vuole capire sono la ricetta-salvagente che in Italia tanti editori sognano di avere sulla scrivania ma che di fatto, anche se gliela deponi con tanto di numeri e fatti concreti, non si scorticano per riconoscerla come tale. Certo, qualcuno di loro ha messo a bollire l’acqua con la convinzione di arrivare a buttare la pasta ma in concreto non è arrivato nemmeno ad aggiungere il sale. Perché? Dei motivi che generano questo tipo di comportamenti ne parleremo di fronte al punch caldo. Ora è meglio segnalare alcuni dei punti raccontati dall’ad del quotidiano statunitense che - secondo noi - editori, manager editoriali, amministratori delegati e non delegati, giornalisti e compagnia bella dovrebbero come minimo tentare di realizzare. Il salvagente è a venti centimetri dalle vostre mani, allungate il braccio e afferratelo. 

• Puntare sulla qualità, sull’approfondimento, dare il tempo ai giornalisti per indagare e approfondire. Tutto il contrario di quel che accade oggi in Italia con i giornalisti della carta che inseguono i ritmi del web. Bisogno investire solo su un giornalismo serio e bisogna difendere un profilo alto del mestiere del giornalista.

• Sia i giornalisti che le testate non dovrebbero fare comunella con altri soggetti: non devono far parte di un club ma stare dalla parte dei lettori.

• Esiste una domanda di informazione corretta, una richiesta di giornalismo serio. Se pensi che i lettori cerchino intrattenimento invece che approfondimento ed inchieste serie, sei finito. Se perdi fiducia nei lettori è un suicidio. C’è talmente tanta competizione che, se ti metti a inseguire il gossip e la spettacolarizzazione delle notizie, non riesci nemmeno a fare un buon business, ti limiti a riciclare spazzatura e non ci guadagni nemmeno.

• Se produci scarpe e vedi che c’è un mercato per le tue scarpe, non per questo le dai via per niente. Noi pensiamo che ci siano persone disposte a pagare per avere un servizio di buon giornalismo, perciò puntiamo sugli abbonamenti e chiediamo ai lettori un giudizio sulla qualità di ciò che hanno acquistato. È stato un errore pensare che, grazie alla pubblicità online, il buon giornalismo potesse essere gratis. Non ha funzionato. Penso sia sano pagare per ottenere un buon servizio.

• La tragedia è che molte aziende editoriali in America e in Europa pensano solo a tagliare posti di lavoro, a ridurre il numero dei giornalisti. Indubbiamente occorre tenere d’occhio i costi, ma non si può continuare a tagliare altrimenti molti servizi non vengono più coperti e questo, oltre ad essere terribile, produce un effetto negativo, rende il prodotto scadente.

• Il cinismo porta solo al fallimento. Il giornalismo cinico negli ultimi venti anni non ha prodotto nessun modello di business efficace.

• Navigando in rete non riuscirai mai a capire cosa sta succedendo davvero. Servono giornalisti che indaghino per giorni, settimane, mesi e magari anche anni per capire a fondo. Ci vuole uno specifico lavoro giornalistico per fare una ricostruzione e dare una lettura dei fatti che non resti in superficie. Sul web è difficile verificare le fonti, sapere chi ha pubblicato una certa notizia, quale account c’è dietro etc.

• L’immane quantità di bufale che circolano su internet di fatto rendono il giornalismo più forte e necessario. La rete rende inutile il giornalismo leggero, d’intrattenimento. La rete, al più, soddisfa un pubblico molto ideologico, focalizzato solo su un interesse di parte che cerca conferme della propria fede, apparenti riprove di ciò che già credono vero.

• La gran parte delle persone vuole essere informato in modo appropriato, avere strumenti per poter decidere liberamente. Per questo dico che c’è una domanda diffusa di giornalismo verificato che vada al centro delle questioni. Se fai informazione in modo serio e approfondito inneschi una sorta di circolo virtuoso. Più sanno, più cercheranno buona informazione.

• Sui social media c’è una massiccia manipolazione: l’obiettivo è fomentare la circolazione di notizie false per ottenere un tornaconto politico.

Chi è interessato all’intervista integrale realizzata da Simona Maggiorelli clicchi QUI
Ne vale la pena.