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Mercoledì 19 settembre 2018 - 13:01

INNOVAZIONE: 20% DEL VENTURE CAPITAL NAZIONALE INVESTITO IN SARDEGNA; DI GUARDO (UNICA): SELEZIONE DURA

clab cagliari 2018
(CHB) - Cagliari, 21 mar 2018 - In Italia il capitale nelle casse dei fondi di venture capital, utile per investire nelle start up, è bassissimo. “È un decimo di quello che si registra in Spagna, in Francia o ancora di più in Inghilterra. Va comunque rilevato che fra il 2013-2015 in Sardegna si è investito il 20% di tutto il venture capital disponibile in Italia. Un dato che è significativo della nostra capacità, in particolare di Cagliari, di fare innovazione”. A scattare la foto del settore è Mario Mariani, coach del Contamination Lab dell'Università di Cagliari la cui finale è fissata domenica 25 al Teatro Lirico di Cagliari a partire dalle 17, nonché fondatore dell'incubatore The Net Value.
“Le quantità investite sono ancora poco interessanti – sottolinea Mariani - ma dobbiamo considerare che, utilizzando una metafora calcistica, l'Italia non è nella serie A del venture capital europeo ma gioca in serie D e la Sardegna, in questo campionato, è la terza o quarta forza nazionale”, dice il manager al notiziario Chartabianca.

IL RITARDO. In Italia il capitale di ventura è in ritardo per diverse ragioni: “Non solo il sistema di incentivazione fiscale non è molto favorevole rispetto a Francia o Inghilterra (in Italia il risparmio oggi è del 30% sulle tasse dovute) ma è anche bassa la propensione a investire in start up, che per definizione sono molto rischiose, da parte delle società nazionali”, spiega Mariani. Le start up non hanno business prevedibili e quindi non possono accedere al credito bancario tradizionale. “Deve essere il venture capital a investire su aziende ad alto potenziale di crescita. Le banche fanno un altro mestiere, non possono puntare sul capitale di rischio di una start up. Possono sostenere un'impresa matura, se però si merita credito. Purtroppo, anche il razionamento del credito stesso negli ultimi anni è anche dipeso dal fatto che le imprese non si sono meritate i prestiti richiesti”.

IL RAFFORZAMENTO PATRIMONIALE. “La struttura imprenditoriale nazionale è sottopatrimonializzata, aggiunge Mariani - culturalmente, l'imprenditore italiano invece di reinvestire gli utili in azienda ha sempre preferito comprare case per sé e per la sua famiglia, legando così il bisogno di investimenti al credito bancario. Ma questo non funziona più anche per una serie di norme europee che limitano le banche. Ecco perché sarebbe necessario allargare e rafforzare il capitale sociale tramite, nel caso di business tradizionali, fondi di private equity”. È il solo modo per migliorare l'accesso al credito? “No”, puntualizza Mariani, “sarebbe utile che le aziende fossero inserite in filoni di business importanti, con prodotti competitivi e non fuori mercato. In altre parole, è necessario essere innovativi anche all'interno di un contesto più tradizionale”.

OPEN INNOVATION. Ma questo è un altro problema dell'Italia. “Oggi si parla di open innovation. Negli Stati Uniti e anche in Asia, le aziende tradizionali - che non hanno divisioni interne di ricerca e sviluppo - si comprano le start up e le integrano nella loro offerta di prodotti o servizi. Sostanzialmente, comprano un team già affiatato che fa per esempio ricerca e gli danno maggiore forza finanziaria e commerciale”, commenta il fondatore di The Net Value. “Google fa questo da tempo: ogni mese compra aziende e le integra nel suo business. Negli Usa questo sistema rende più liquido tutto il processo a capo dei fondi di venture capital, che dopo l'acquisizione e la fase di sviluppo hanno bisogno di vendere, passati 8-10 anni, il prodotto acquistato proprie ad aziende tradizionali. Ma tutto ciò non esiste in Italia, non ci sono cioè aziende come Google che acquistano start up. Ed è chiaramente un limite che riduce il numero di investimenti nel capitale di rischio da parte di questi fondi. Non è quindi un caso”, conclude Mariani, “che le tante start up, che nascono in Italia, sviluppano il business per il 60 o addirittura l'80% all'estero a danno dell'economia nazionale. E se poi vengono comprate da aziende straniere, in termini di mancato Pil il danno è ancora maggiore”.

DI GUARDO (UNICA): LE UNIVERSITA’ POSSONO FARE IMPRESA. Seicento ragazzi in cinque anni impegnati a dare gambe ai loro sogni attraverso la creazione di imprese innovative. Di queste start up, oggi, ne sono rimaste 15: tutte piccole aziende che fatturano. “Facciamo una selezione dura in cui si testano le capacità e le attitudini imprenditoriali degli studenti. Delle circa trecento domande che arrivano sulle scrivanie del Contamination Lab ogni anno, ne scegliamo mediamente 120. Ma non tutti sono adatti a questo lavoro. Molti si perdono per strada. E questo perché gli si chiede tanto: cioè, di rispettare gli orari degli incontri, dei workshop o più semplicemente di non arrivare tardi a una lezione. Basta uno sgarro e sono fuori dal progetto. Solo così si riesce a garantire che quelli che arrivano alla fine sono i più motivati”: lo dice al notiziario Chartabianca Maria Chiara Di Guardo, pro rettore Innovazione e responsabile del CLab dell’Università di Cagliari. “Il nostro progetto è un’ eccellenza nel panorama italiano e dimostra che le università e soprattutto i sardi possono fare impresa”. (CHARTABIANCA) loli/mpig  © riproduzione riservata